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Intelligenza Artificiale (IA):
Riedizione dell’Ipse Dixit?

Articoli brevi in una serie numerata

[Titolo della serie: “Pillole Culturali = Luoghi Comuni da Sfatare, Idee Quanto Meno (q-) da Discutere”]

AI

Citazione:

[ “Ipse dixit”, motto latino, ancora in uso, che significa “Lo disse Lui”. L’origine di questo motto è attribuita ai Pitagorici, per i quali Lui è ovviamente Pitagora, anche se la storia del motto può raccontarsi in molti modi … ]

Pitagora

Se si domanda all’Intelligenza Artificiale (IA): “l’intelligenza artificiale è intelligente?” la risposta, che giunge in pochissimi secondi, è chiara: no, non lo è. IA non è intelligente!
E in effetti l’IA non può essere intelligente semplicemente perché non è viva.
Con IA di solito si intende, infatti, una tecnologia informatica giovane, globalmente presente in molti ambiti di interrogazione umana, basata sulla processazione automatica di enormi moli di dati, con possibilità/capacità della tecnologia di fornire automatiche e rapidissimamente risposte conseguenti; il sistema dotato di intelligenza artificiale è una complessa macchina in continua evoluzione che contiene già in sé capacità di “sviluppo” (auto modifiche) e, in un certo senso approssimativo, capacità di auto-correzioni.

Se a questa domanda la risposta “corretta” è “no, IA non è intelligente”, allora se ne deve dedurre ( secondo linguaggio di aristotelica memoria: “ Se … allora … ” ) che il binomio, IA, è un neologismo infelice.
Scrivo neologismo infelice per non scrivere neologismo fasullo o erroneo: quel che è artificiale non può essere – quanto meno (q – ) non ancora – intelligente. E non sarebbe grave se si trattasse soltanto di un problema di linguaggio, ma il neologismo, felice o infelice, procura distorsione cognitiva, che lo spirito critico proprio della viva intelligenza di chiunque deve – lavoro faticoso incessante – provvedere a smontare.

Ciò non significa che IA non sia importante, al contrario. E’ un fenomeno di portata globale di notevole importanza, ma con un “nome” tanto “friendly” quanto falso, e chiaro indice per antica nemensi, di istupidimento dei viventi umani che lo usano, spesso senza nemmeno acorgersi che lo stanno usando.

Soprattutto ai giovani – ma anche ai vecchi, visto che stiamo attraversando un cambiamento epocale – certe derive e distorsioni cognitivo-linguistiche vanno raccontate chiare cogliendo i rischi che si intrufolano ed intruppano subito nella mente di ciascuno.

Nuove parole che continuamente entrano nel linguaggio corrente, sempre esistite ma oggi son anche più che in passato, e sempre van prese con le pinze: è prioritario e cruciale imparare e reimparare ogni dì a difendersi dall’uso distorto ab originem di nuovi termini, per non perdere la consapevolezza tanto dei vantaggi (enormi) quanto degli svantaggi (pure enormi) di credersi intelligenti perché dotati di “memorie” e tecnologie “esterne” e innaturali.

Sono questioni di fronte alle quali per via tecnologica le intelligenze/stupidità, capacità/incapacità, anche di relazioni e convivenze degli esseri umani ovunque, possono andare irreversibilmente alla deriva. Ogni senso critico faccia la sua parte per ogni lingua scritta e spt parlata, è un auspicio, e un lavoro in pillole da fare.
Questa oggi è una sfida chiave alla nostra residua umanità/disumanità, oltre che alla naturale intelligenza/stupidità di cui tutte e tutti, certamente siamo portatori.

Franco

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