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Nero su bianco. Poesia e arte degli scacchi.

Una mostra collettiva di sculture e fotografie ed altri modi di mettersi in gioco.

“La scultura è una metafora, proprio come la poesia”
Henry Moore

Voglio accompagnare con qualche riflessione questa mostra che è il risultato del corso-laboratorio di scultura tenuto, insieme a mia figlia Emma e ad alcuni amici, tra la fine del 2023 e i primi mesi del 2024.
Il corso si è concluso a fine aprile.

Lavoro inatteso / Unespected work

Siccome modello l’argilla da quando avevo circa 18 anni, e ne ho ormai 62, Ilaria Bas mi ha chiesto, nel 2023, di trasmettere le mie esperienze ad alcuni giovani e “diversamente” giovani “artisti”, disponibili a far gruppo colla pratica del modellare. Ci siamo allora trovati all’atelier indaco tra maggiorenni e vaccinati e, tornati per alcuni attimi di dimenticanza bambini, ci siamo impegnati in un gioco che consiste, letteralmente, nello sporcarsi le mani col fango per pulire la mente, e dal quale può risultare l’invenzione di forme tridimensionali.
La scultura è con buona pace di Duchamp ostile all’arte retinica, tutta in questa ricerca a tentoni, tattile e visiva, di forme tridimensionali.

Non è cosa poi tanto diversa da preparare una torta o un piatto prelibato, assomiglia anche a quel che si fa per apparecchiar la tavola, lavare i panni o strizzare stracci per pulire pavimenti: gesti colle mani che spostano pesi e oggetti. Come quando si gioca a scacchi. Ma la differenza con i gesti quotidiani che si fanno colle mani sta nel fatto che impastare argilla non è una necessità pratica. In questo assomiglia certamente e molto al gioco. Plasmare però può diventare, come è stato per me molto tempo fa, un imprescindibile bisogno: non una necessità pratica, appunto, ma un bisogno quasi come mangiare e dormire, una cosa che bisogna fare periodicamente. Plasmare è un gioco fatto colle mani e anche giogo, legame colla materia che cattura, per certi versi diverte ma per altri nutre e riposa l’anima, più che il corpo. Ho scritto nel 1992 alla presentazione di una mostra che questo gioco tende a trasformare nel senso stretto della parola la materia in spirito. Che ci si riesca o no lo dice il tempo.

L’arte si sa, lavora coi miti ed i simboli, evoca la comprensione non razionale della realtà, e in questo supera il gioco o se si preferisce attua un gioco molto serio e produce – senza interessarsi alla produzione e al consumo – beni semiofori, nel senso che gli oggetti d’arte sono oggetti materiali e al contempo portatori di simboli, generatori e perenni visitatori di miti.

La finalità di una scultura è suggerire pensieri, quindi incontra molte analogie cogli scacchi: oltre che di conforto, modellare e giocare a scacchi – anche questa, una cosa molto seria – sono anche occasioni di maturare le proprie capacità cognitive. L’arte come occasione unica per espandere le proprie capacità cognitive credo vada rivisitata, anche affinché non si rovini e si perda di fronte allo strapotere di invenzioni tecnologiche. Nella parte finale di questo testo dirò di novo del valore potenziale, anche in senso psicologico, degli scacchi visti come beni semiofori, come sculture.

Al nostro corso il merito di aver proposto di concentrarci sul tema degli scacchi è di Piera Cuder, pittrice e insegnante di pittura. Tutte e tutti si sono cimentati, spero piacevolmente, con il mio inatteso e improvvisato lavoro di istruttore delle argille. Feci questo lavoro “di insegnante di scultura” un’altra volta, anni fa, in un liceo in Friuli, ma non sono un docente: ho imparato da me col tempo e facendo inevitabilmente molti errori a modellare la creta. Avevo da Ilaria allievi altrettanto preparati di me e questo ha reso il lavoro di insegnante molto ricco di spunti creativi.

Alcuni insegnamenti sulla scultura, agli inizi, mi sono giunti da non professionisti. Ho conosciuto anche scultori professionisti, diplomatisi a Brera e all’accademia di scultura di Bologna, che imparavano trucchi e regole non scritte, cioè tramandate oralmente, come avviene per culture africane e per tutti i mestieri tecnici chirurgia inclusa, trucchi più o meno segreti e che non escludono contro-insegnamenti e bugie.
Riguardo all’insegnare e imparare arti o pratiche artigianali così come mestieri, qualche riflessione è d’obbligo:
segreti e bugie sono modalità tutt’ora frequenti in molti percorsi di apprendimento di mestieri, manuali e non. E’ bene che i giovani sappiano della coesistenza nel XXI secolo di dinamiche primordiali anche nelle società democratiche considerate più evolute e civili. Analogamente, in arte non c’è necessariamente progresso, e nel XXI secolo si può dipingere come facevano nelle grotte di Lescaux, stili e tecniche non perdono necessariamente la loro forza espressiva e ciclicamente possono tornare buoni, ad evocare e rivisitare metafore, miti, simboli.

L’apprendimento di arti e mestieri manuali richiede questa elasticità ed apertura, anche più della vana fiducia in un progresso di civiltà che io personalmente di questi tempi non vedo.

Anche la pratica della medicina – per fare un esempio che conosco un poco – si impara sul campo: si sviluppa non solo in base a simulazioni, ad opera dell’intelligenza artificiale, di nuove tecnologie robotiche, ma anche a contatto di gomito con più o meno disponibili “maestri”, dove guardando come fa un altro si ragiona insieme, a volte in totale silenzio, si ruba con vario grado di efficienza a seconda dell’atteggiamento – a volte nullo, per l’erroneo timore che rubare anche in questo caso sia vizio, reato, anziché virtù, quel è. Nella migliore delle ipotesi si ruba un trucco una regola un gesto al giorno, che pensando all’apprendimento della chirurgia va reiterato nelle occasioni “buone”, sotto supervisione, spesso per anni. Credo si possa dire lo stesso di molte se non di tutti i mestieri fatti colle mani, siano artigianali, super-specialistici e tecnologico-scientifici oppure artistici. E certamente, non si finisce mai di imparare.

Altro aspetto dell’insegnamento è che mai un docente soltanto “insegni”: certamente anche impara. Imparare fa parte “del gioco” di mettersi in relazione con qualsiasi vero o presunto studente/apprendista, e comporta il saper evitare di stare “in cattedra”: se un docente non impara qualcosa da un corso da lui tenuto è indubbiamente un cattivo docente, oltretutto non si diverte. La relazione inter-personale nell’apprendimento implica reciprocità e, più che mai in certi campi, un’apertura alla creatività ed a variazioni di regole – caratteristica costitutiva propria degli esseri umani.
Cambiare regole è una delle caratteristiche più potenti, ritenute scomode, del gioco creativo proprio dell’arte. L’antropologo Franz Boas definì arte il sale di ogni cultura emergente da ogni artigianato per via di eccellenza tecnica e innovazioni formali, ma oggi che le tecnologie operino eccellenza perfino inquietanti – si pensi in scultura alle stampanti 3D – credo che oltre ad innovazioni formali si debbano considerare parte della creatività artistica innovazioni e variazioni di miti, simboli, e di regole intra ed extra- contesto. L’arte infatti – ha ragione Kiefer a ricordarlo spesso – amplia, spiazza, riesce a schockare, perché vuole sfuggire ad ogni definizione, anche perché è per certi versi un gioco di scommessa al buio sul futuro e un atto di fede.

Ancora qualche riflessione d’obbligo sull’insegnamento. Non è detto che io sia riuscito a trasmettere gran che di quel che mi appassiona in arte, speriamo. Ho però certo imparato rivisitando difficoltà che sono state e in parte sono le mie, colla modellazione. L’argilla è materia sfuggente, il percorso per arrivare a uno stile soddisfacente non è esattamente prevedibile né minimamente scontato, e lo stile può variare negli anni, ma credo che ogni esperienza artistica autentica resti un tassello, un passo fatto, che può dar frutto più avanti.
Sbozzare la creta, atto relativamente facile in quanto correggibile facilmente, sia per la via del levare che dell’aggiungere ( al contrario, la patinatura finale delle terre è molto meno correggibile del modellare creta fresca ), mi consente ogni volta di scoprire qualcosa di nuovo sulle forme tridimensionali in generale, e le scoperte alimentano nuovi sentieri creativi, percorsi di ricerca. Il tema degli scacchi si rivela fertilissimo suggerimento di percorsi, e un buon modo per avvicinare la creatività pura al ragionamento e alla lettura della mente, di cui dirò alla fine.

Allestire è un po’ come giocare: esporre e trovare titoli a volte volutamente molto lunghi, come abbiamo fatto in questa mostra, rinvia alle dinamiche della narrazione e dell’informazione oggi fortemente in crisi. Ci siamo impegnati in questo anche per introdurre alla conoscenza dell’ambito del foto testo – argomento quest’ultimo, su cui mia figlia può dire molto meglio di me – è inserito in mostra, per offrire spunti di approfondimento.

Il percorso completato del nostro corso è testimoniato da ogni pezzo esposto. Ogni pezzo esposto è probabilmente, potenzialmente, anche testimone di un fatto auto-terapeutico. In ogni caso, l’oggetto compiuto da me credo, manda innanzitutto un messaggio a me. Un oggetto plasmato ha risonanza innanzitutto interiore in chi ne ha fatto esperienza realizzandolo. L’oggetto d’arte è parte della cura psicologica per l’autore dell’oggetto e- con un po’ di tempo e di fortuna, forse di altri, di un pubblico non necessariamente noto e presente qui ed ora. Con “percorso”, intendo riferirmi a tutte le seguenti fasi di attività svolte, una dopo l’altra, ad intervalli di tempo necessari:

  1. Scelta del tema cui dedicare le attività o discussione / brain storming di progetto ( alla fine il primo giorno in cui ci siamo incontrati tutte e tutti la scelta è stata condivisa da tutte e tutti: il gioco degli scacchi è stata l’idea “vincente” suggerita dall’artista Piera Cuder, che in realtà si era già cimentata colla scultura per anni in segreto, proprio su questo tema degli scacchi; non ne avevamo mai parlato prima; io pure, mi ero cimentato in passato raramente con sculture – scacchi, ed è nota la vastità di risonanza mitica e storica del tema; nel XX secolo si sono cimentati col tema degli scacchi in scultura Picasso, Hans Arp, Max Ernst, Marcel Duchamp e altri grandi autori);
  2. sessione di modellato libero delle crete, con possibilità di scegliere liberamente tra argille bianche ( caolino, destinato a diventare porcellana non smaltata ) e grigie ( crete: ne avevamo a disposizione di diverse qualità, ed anche alcuni impasti che avevo preparato poco per l’occasione );
  3. essiccazione parziale, in luogo idoneo, prima fase (fino alla consistenza “del cuoio”);
  4. sessione di svuotatura dei singoli pezzi in collaborazione,
  5. completamento essicazione fino a perdere sostanzialmente tuta l’acqua dall’argilla;
  6. trasporto in forno da parte dei pezzi del sottoscritto;
  7. cottura [presso il forno-laboratorio presso la grande fornace S Anselmo a Loreggia (PD)];
  8. sessione di patinatura delle porcellane non smaltate bianche, e delle terrecotte (rosse);
  9. realizzazione libera da parte di alcune e alcuni, individualmente, di scacchiere e altri modi fra i molti possibili di esporre i pezzi;
  10. progetto espositivo incluso progetto grafico (genesi dei titoli e contestualmente di “varianti di gioco”) e realizzazione di titoli, foto, preparazione di supporti, basamenti, etc.; il progetto grafico è stato curato da Emma Ilaria Andrea e da me;
  11. allestimento;
  12. esposizione dal 23 al 30/06/2024.

Durante questa “sequenza” o serie di passi si sono aggiunti alcuni felici “imprevisti creativi”. Per quanto riguarda me il più divertente dei felici imprevisti creativi e l’invenzione di un paio di varianti del gioco degli scacchi.

Varianti di gioco / Play with Variations

Esistono già note varianti del gioco degli scacchi, faccio qui breve cenno alle più conosciute.

Le varianti, denominate anche “scacchi eterodossi”, sono basate sugli scacchi ma con cambiamenti che includono modifiche al numero di pezzi, all’uso di scacchiere o di regole differenti. Nel corso del tempo appassionati ne hanno inventate alcune che sono poi state adottate anche da grandi campioni, ad esempio:

Gli scacchi di Dunsany: furono inventati durante la seconda guerra mondiale, nel 1942, dal barone inglese Lord Dunsany; una variante di questa stessa variante è detta “Gli scacchi dell’orda”. Il gioco è reso dall’inizio decisamente asimmetrico, una metafora di svantaggio, forse persino di ingiustizia. Il nero dispone del classico insieme di pezzi mentre il bianco dispone di 32 pedoni, o viceversa.

Un’altra variante di gioco è chiamata “La Rivolta del Contadino” : simboleggia uno scontro tra nobili e braccianti, in cui il bianco ha un re e otto pedoni, il nero ha un re, un pedone ma tre cavalli e i pezzi alla partenza sono posizionati in modo insolito.

La “Quadriglia” o “Bughouse” è una doppia partita di scacchi giocata contemporaneamente da quattro giocatori su due differenti scacchiere, in modo da costituire 2 coppie avversarie, potenzialmente 2 squadre, operanti in sinergia una contro l’altra, che poi possono sfidarsi ad una rivincita, tradizionale o pure doppia.

“Crazyhouse” è una variante che segue le regole degli scacchi tradizionali tranne per il fatto che i pezzi che siano stati “mangiati” si considerano “catturati” ma temporaneamente, perché possono essere reintrodotti sulla scacchiera al proprio turno, a condizioni prestabilite.

A partire dal profondo significato poetico-scultoreo e dal gioco metaforico degli scacchi, durante il corso ho pensato da solo ad alcune regole del gioco. Ho “messo in discussione” certi simboli che gli scacchi veicolano da secoli. Cercando nuove letture della simbologia dell’intero gioco, è stato naturale immaginare di cambiare alcune regole di gioco tramite intuizioni che sono nate per così dire dal nulla guardando progetti per nuove scacchiere. Pensando agli scacchi come sculture, cioè a quegli oggetti d’arte che i singoli pezzi e le singole scacchiere – o perfino le singole caselle – possono essere, posso proporre oggi una variante praticabile del gioco, e spero che progetti correlati riservati trovino seguito nei prossimi anni.

La mia prima variante si intitola “Gioca con meno” ( Franco Galanti ©  2024) e si gioca:

1) su una scacchiera più corta, 7 x 8 linee di caselle invece di 8 x 8 , e

2) senza pedine, ovvero il bianco e il nero hanno entrambe solo gli 8 pezzi classici, Re, Regina, 2 alfieri, 2 cavalli, 2 torri;

3) comincia a muovere il nero;

4) se un pezzo qualsiasi raggiunge il limite opposto/avversario della scacchiera in qualsiasi fase del gioco può scegliere di sostituire il pezzo giunto a fine corsa in un altro (ad esempio l’alfiere in regina, o anche viceversa); può anche scegliere di non sostituire il pezzo che giunga a fine corsa.

Ci si può accordare a piacere anche su:

5) limiti di tempo o meno per mossa, ad esempio stabilire un tempo complessivo identico per ogni giocatore, o nessun limite di tempo, o eventualmente un limite di tempo asimmetrico, nel caso un campione giochi contro un principiante e voglia favorirlo;

6) silenzio o meno tra avversari;

7) diritto o meno del pubblico eventualmente presente di silenzio o meno: di solito non si consente nemmeno sottovoce al pubblico di commentare e suggerire una mossa, o una serie di mosse nei vari momenti della partita, ma ci si potrebbe accordare facendo eccezioni anche frequenti se la questione è condivisa da entrambi i giocatori.

Tutte le altre regole sono le stesse del gioco degli scacchi correntemente praticato oggi sia in presenza che on line in molti Paesi. Non resta che provare, inizialmente e per ora

8) in presenza.

Dunque ricapitolando, è lievemente ridotto lo spazio della scacchiera e drasticamente il numero di pezzi: sono eliminate tutte le pedine. I due messaggi metaforici sono chiari: il mondo è più piccolo / affollato, ma nessuno deve per questo sentirsi una pedina. Se pensiamo di esserlo, il che accade quotidianamente per la maggior parte di noi, facciamo un torto a noi stessi; e in secondo luogo, cediamo a idee stupide magari ben declinate da qualche propaganda, cediamo al default cognitivo erroneo per cui non si ritiene mai possibile che una nostra mossa individuale o un nostro lavoro di gruppo possa contribuire a cambiamenti significativi, siano essi minimi e locali oppure enormi e globali. Io credo sia invariabilmente vero il contrario, e che questo sia qualcosa che si cerca di non trasmettere a nuove generazioni, perché è uno scomodo volano di miglioramento sociale. Tutte le nostre azioni, invece, e anche la totale inazione purtroppo hanno ripercussioni poco o tanto, bene o male, continue nella vita altrui.

Tutte le persone comuni così come tragicamente tutte le vittime di violenze, probabilmente, si saranno sentite, come ciascuno di noi qualche volta, pedine – che gli individui si sentano anonimi è meno grave che esser costretti a far di fatto da zerbino comodo, da scudo o pezzo “sacrificabile”, o quanto meno sfruttabile, dei movimenti di pezzi più nobili, alfieri torri o pezzi da novanta, il re e la regina. Io credo che ognuno possa e debba, abbia diritto e dovere di fare continue mosse capaci di incidere, innanzitutto non rinunciando a credere di poterlo fare. Innanzitutto imparando a credere che le nostre scelte e null’altro danno senso e compimento all’arte di vivere.

La variante che ho pensato può rendere la partita di scacchi da un lato più veloce e apparentemente più semplice e rapida, meno retorica, dall’altro più difficile da vincere e più facile lo stallo e la patta. Tuttavia, bisogna verificare giocando e forse perfezionare le regole intuibili a primo sguardo dalla struttura e funzione della variante.

Questa stessa prospettiva – cambiare regole formali chiave – è potenzialmente valida anche in scultura come campo di ricerca di forme – ma comporta di sperimentare molte volte la stabilità l’eleganza e l’armonia / disarmonia durante le dinamiche del gioco così cambiato.

Una seconda variante a cui ho pensato, del tutto diversa dalla precedente, esposta in mostra, è intitolata “Gioco inattuabile” o “Gioco di corridoio” e prevede:

1. una scacchiera molto limitata come numero di caselle, 4 x 8 = 32, a costituire una sorta di corridoio rettangolare angusto, un “corridoio” come scacchiera;

2. che ai due estremi opposti del corridoio, ogni giocatore possa scegliere 3 pezzi oltre al re, con le stesse prerogative di mobilità degli scacchi tradizionali, e regole intuitive identiche, che rispettino i numeri massimi consentiti;

3. corollario del punto precedente: ogni giocatore può disporre massimo di 2 torri, 2 alfieri, 2 cavalli, 1 regina, 3 pedine);

4. anche in questa variante, se un pezzo qualsiasi raggiunge il limite opposto/avversario della scacchiera in qualsiasi fase del gioco può scegliere di sostituire il pezzo giunto a fine corsa in un altro (ad esempio la pedina in regina, l’alfiere in regina, o viceversa).

La praticabilità del gioco è, diversamente dalla prima variante almeno a prime prove, meno probabile. L’intento delle varianti che fanno parte dell’esposizione, durante la quale sono previste partite, è veicolare messaggi. Esistono altri messaggi nei titoli in mostra, perché i pezzi sono vettori di riflessione. Ci sono anche metafore di impraticabilità palesi di alcune mosse, come in alcuni tipi di conflitti sociali. A quali assurdi giochi “giochino” gli adulti non c’è purtroppo un limite, come genocidi e guerre dimostrano.
Ogni partita di scacchi è in effetti un palese simbolo, elegante, distaccato, ma ben chiaro e strutturato, di conflitto e di strategie politiche e belliche. Mentre le guerre e la follia, fidanzata con la miopia, dilania il mondo, l’arte – che come suggerisce giustamente Anselm Kiefer con tutta la sua esistenza di artista, sfugge alle etichette e all’inquadramento in regole prestabilite – lancia messaggi spirituali, rivolti al futuro.
In futuro, forse, la consapevolezza dell’inutilità di orride prassi consolidate che abitano il presente, inclusa la possibilità di annientamento del pianeta nota a tutti da Hiroshima in poi, potrebbe finalmente svegliarsi, illuminare persino alcuni potenti ingabbiati in rompicapi, che per ora continuano a giocare alla guerra.
Alcune sfide potrebbero risolvere diatribe violente ovunque, se si volesse, con una partita di scacchi o di basket, e sarebbe sempre auspicabile ed urgente mettere in palio in un qualsiasi torneo di scacchi o in altre competizioni accordi territoriali di non belligeranza: l’unico gioco saggio in politica come sempre consisterebbe nel rispettarli.
In attesa che il sogno ingenuo di una politica non fondata sulle mere convenienze economiche possa sopravvivere, proporremo una biennale in scultura-ceramica a Sacile che potrebbe essere occasione di aggiornamenti sui conflitti. Al riguardo, molto è possibile inventare, perché:

1. non abbiamo ancora numeri sufficienti di scacchiere complete e di pezzi per essere soddisfatti come scultori, e non abbiamo sperimentato un numero sufficiente di partite con la variante, per sapere quale delle due varianti è meglio praticabile e allettante;

2. la biennale prevedrà esposizione d’oggetti d’arte, prototipi di scacchi con diversi stili, cui qualunque artista potrebbe partecipare, preferibilmente senza velleità di consumare prodotti creativi, semmai al contrario, di comprendere e contemplare i propri sforzi creativi;

3. ogni prototipo e ogni stile tra quelli che sono esposti questo primo anno 2024 ha già suggerito mosse, storie, messaggi, contro la crisi della narrazioni e la crisi di consenso in un mondo in guerra. Le storie ricordate o inventate in mostra dipendono da come i pezzi si dispongono nello spazio espositivo (le scacchiere che ho inventato, fatte di foto e collages si riferiscono a idee maturate negli anni, veicolate in bianco e nero, perché il bianco e nero in fotografia sono ideali per la scultura, ed è questa un’idea coerente con il gioco degli scacchi);

4. testare le varianti, consolidare le regole, così come discutere sulla scacchiera sociale e sulle difficoltà di gestione di conflitti richiede tempi lunghi e riflessioni reiterate, incontri e dialoghi, e le sfide cognitive potranno interessare anche l’intelligenza artificiale;

5. il tempo necessario a metabolizzate i nuovi fatti creativi o se si vuole “prodotti creativi” è largamente incerto, e potrebbe necessitare di giorni o anni, senza limiti di tempo e con ciclicità, come è regola del gioco d’arte.

Una biennale avrebbe un tema quadruplo: di scacchi, di scultura, di fotografia e delle gestione dei conflitti. Si affiancherebbero ad un eventuale torneo di scacchi, incontri sulla lettura della mente, sull’impatto sociale e ambientale di tutti i tipi di conflitti e dei confini territoriali: questo in sintesi è il format del progetto biennale sacilese. Il progetto complessivo può veicolare messaggi e strumenti di comprensione delle relazioni, di alleanze conflitti e altre dinamiche, familiari e sociali. Il tema della lettura della mente, cruciale in certi settori innovativi della medicina, è un ambito di attività mentale al quale tutti gli esseri umani si esercitano a partire dai primissimi anni di età per tutta la vita e che chiarisce le nuove classificazioni mediche sull’autismo. Si tratta anche, benché non sempre e non solo, di dinamiche di potere, rispetto alle quali invariabilmente si devono vincere resistenze per potersi aprire a un dialogo che farebbe dell’arte terapia uno strumento molto utile.
Si può pensare anche, in tema di conflitti, alla violenza di genere e al patriarcato, temi per cui è necessario affrontare e vincere resistenze psicologiche e culturali, innanzitutto maschili, ed è urgente e importante tentar di farlo: smascherando letture erronee della mente “maschile” e “femminile”, che sottendono gravi errori cognitivi anche in campo medico-scientifico, oltre terribili torti persistenti in tutto il mondo dei maschi verso altri generi: fraintendimenti e conflitti striscianti millenari.

Non solo un giocoNot only a play

Gli scacchi e l’arte sono certamente per certi versi assimilabili a giochi, e per questo verso i 4 anni quasi tutte le bambine e i bambini sono grandi artisti creativi. Arte e scacchi sono anche descritti come giochi simili, ed è paradossale che pittura e scultura siano considerati dimensioni obsolescenti, dove l’impegno cognitivo è meno curato che negli scacchi – come si volesse lasciar passare il luogo comune che la creatività delle arti non possa coniugarsi mai molto con l’intelletto.

Ma le arti sono “solo” un gioco? Io non credo. La leggerezza del gioco, d’altronde, non si può troppo sottovalutare, non se ne può scherzare, o non funziona, è un paradosso di molte difficoltà relazionali.
Che un bel gioco duri poco inoltre, è un luogo comune ed un falso clamoroso, in tutti i sensi, sia nel caso dell’arte che in quello degli scacchi. I giochi che piacciono, anche quelli che piacciono agli adulti, durano millenni, e continuano trasformandosi.

Si può inoltre ritenere semplificando che l’arte sia un gioco di fuga dai pesi e dalle responsabilità dell’esistenza. Io non credo proprio. Al contrario, il gioco e l’arte comportano arrendersi all’evidenza della natura umana. L’essere umano è un animale creativo, un primate più o meno fortemente giocoso e pericoloso, spesso il suo gioco è tutt’uno con atti reiterati e svolti ordinatamente in gruppo, di demenza e follia, sempre meno consigliabili in termini di equilibrio ambientale e sociale. Ovviamente, anche politica e guerra sono osservabili come spazi creativi e come giochi per adulti.

L’arte non è soltanto un gioco, perché come si è detto di una scultura dell’amico Alberto Pasqual, neo socio di Arte Solidale con sua figlia già ottima scultrice, pochi giorni fa, l’arte impegna l’esistenza, può impegnare più esistenze, e scommette su un oltre che è culturale / spirituale. In questo, l’artista autentico in un senso brutale ed ingenuo, ma poetico, gioca a poker: punta sulle proprio opere al buio del futuro con ottimismo, sperando che restino oltre la sua mera esistenza.

Che gli scacchi siano riscoperti per il loro valore simbolico, antichissimo ma sempre rinnovabile, potrebbe essere una chiave per un “Rinascimento”. Pochi altri giochi consentono qualcosa di tanto simile alla capacità dell’arte di risorgere, come l’araba fenice, oggi e periodicamente, come dichiara Kiefer, proprio dalle proprie rovine, trasformando l’orribile in splendore.
Bisogna però ragionarci molto, soprattutto coi più giovani, a cui viene consegnato un mondo disastrato quanto potenzialmente fecondo di invenzioni tecniche verso cui restare passivi consumatori, per far sì che il rinascimento consenta al genere umano e alla biosfera di sopravvivere, arte inclusa.
In questo mio ultimo auspicio è sottinteso il termine in uso qui di “arte sobria” – un’arte che sappia ragionare su pro e contro della creatività / distruttività umane.

La mia personale comprensione delle potenzialità degli scacchi è solo all’inizio: ho bisogno di imparare tutto da capo, perché ho ri-visto qualcosa che mi sembra di interesse culturale profondamente umano: gli scacchi sono “gioco” e nel contempo un grande sistema simbolico, che filtra nel bene e nel male ed esemplifica un modo di pensare tipico dei primati, struttura uno specchio poetico delle dinamiche relazionali e sociali. Gli scacchi come certe opere ci provocano, ci riguardano nel bene e nel male delle loro regole oggettivanti e “giocosamente” crudeli, dove “mangiare” un pezzo equivale, se non ad una ancestrale metafora di cannibalismo, certamente ad eliminare, togliere di mezzo chi ostacola “i nostri piani” in un qualsiasi conflitto.

L’esistenza consente una ricerca continua in campo artistico, che è anche una ricerca psicologica.
Nel “gioco” della vita reale siamo messi alla prova da momenti di impasse, e giochiamo tutte e tutti nel tempo su diverse scacchiere, molte partite a scacchi: alcune di secondi, minuti, altre quotidiane rapide, altre lentissime, per ciò stesso pesanti; alcune durano anni, decenni, la vita intera, che a volte fatichiamo a proseguire e a un certo punto finisce. Ci sono situazioni che ci fanno regredire, altre paralizzanti, stalli che perdurano. In termini globali, le guerre hanno questo stesso effetto sulle civiltà, che prima di estinguersi talvolta regrediscono, si involvono ciclicamente. Sta agli individui e ai continenti impedirlo.
Le mosse da fare per proseguire vanno inventate, e certamente non solo la logica matematica in gioco cogli scacchi, ma anche una penetrazione psicologica altrettanto in gioco, cogli scacchi, consente di apprezzare meglio le varianti, le variazioni di regole in atto per la convivenza umana. La compresenza di dimensioni logica, estetica e psicosociale, di contemplazione e azioni è presente negli scacchi e può riservare sorprese.

Se la scultura è una metafora (come la poesia, secondo Henry Moore), gli scacchi sono metafore di disaccordo e di giochi di forza e potere. Non posso impedirmi di considerare che gli scacchi sono un gioco molto praticato, insegnato, valorizzato, in Russia e in Ucraina, molto meno in Italia e in altre parti d’Europa. Proporre una mostra è anche sforzo di apertura a culture differenti che non credo tutti si sia in grado di comprendere bene. Un’affermazione di un grande campione di scacchi, è che gli scacchi non sono solo un gioco ma una sfida tra intelligenze e modalità cognitive, lotta tra due dove obiettivo profondo del giocatore veramente impegnato è … distruggere la mente dell’avversario. Definirei questa una sfida politica nel senso peggiore del termine. Qualcosa di simile a quel che non vorrei proprio veder succedere, nella sfida tra democrazie e dittature, e che per certi numerosi versi invece forse sta succedendo.

Ombre e LuciShadows and lights

L’argomento del buio, del nero, della china pessima, in una parola dell’ombra, è idea artistica importante, che ho superficialmente esplorato durante il corso: in breve, accenno alla considerazione che faccio spesso da solo, senza ombre, in pittura e in scultura, non si coglie alcuna luminosità. Senza pesi, niente leggerezza, senza stasi, nessuna danza, e il nero può persino diventare il colore illuminante, nel senso che consente la percezione migliore dei colori.
Se leggere la mente è una ricettività e capacità umana come quella delle luci e dell’ombra, delle forme e dei colori: qualcosa che avviene naturalmente e in silenzio da millenni, in base a regole che tutte e tutti – o quasi – abbiamo da millenni assimilato, tanto da dimenticarla, non ricordare che esiste, tanto insomma da metterla poi in ombra, farne un fulmineo automatismo inconscio senza il quale non costituiremmo società ultra complesse, ma di cui non sappiamo, nemmeno tanto vogliamo sapere.

Quest’idea è il cardine che regge la psicologia evoluzionistica (branca delle neuroscienze che studia le dinamiche sociali e la lettura della mente), e portò gli studiosi di psicologia a paragonare sin dalla sua nascita – anni ‘90 del 900 – l’intelligenza sociale al gioco degli scacchi.
In proposito, mi hanno enormemente colpito affermazioni trovate in un libro sull’autismo ( di Simon Baron Cohen ) che ritengo non possano essere dimenticate né eluse, se si vuole riconoscere l’importanza di questo “gioco” :

“ Il mondo dei primati superiori (scimmie caudate, grandi scimmie e primati umani) è essenzialmente un gioco di scacchiera sociale, un’acuta sfida intellettuale. E la sfida è anche più acuta di quanto non sia nell’antico gioco da tavolo, perché nella realtà i pezzi della scacchiera non solo possono cambiare imprevedibilmente identità ( i cavalli diventare alfieri, i pedoni torri, e così via), ma anche, se è i caso, di campo diventando avversari … “

(Leakey e Lewin, 1992)

“La metafora del gioco degli scacchi sociale è stata inventata da Umphrey, secondo cui l’intelligenza si sarebbe evoluta per rendere gli organismi che vivono in gruppi sociali complessi capaci di comprendere la vita della comunità e di trarne vantaggio … Secondo Humphrey il ruolo principale dell’intelletto creativo consiste nel tenere insieme la società. ”

(Umphrey, 1984, citati da Simon Baron Cohen in un testo del 1995, trad.it. “L’autismo e la lettura della mente” Astrolabio 1997).

Con il proposito di approfondire l’argomento domani, e domani, e domani, anche dovessi farlo sempre del tutto da solo, concludo la mia lunga settimana della cultura e sogno biennali grandi come balene, bianche e nere, che giocano a scacchi tra una nuotata e l’altra in mare aperto.

RINGRAZIAMENTI: un sentito ringraziamento alla fornace S.Anselmo di Loreggia (PD) e in particolare al tecnico delle terre Carlo Zambon che ha seguito la realizzazione in forno delle terrecotte e porcellane non smaltate ed ha effettuato con successo una smaltatura in trasparenza.

Franco

Poesia e Arte degli Scacchi

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